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1 Settembre 2004

Carlos Kleiber, sfuggente

 

Forse allora non si tratta di un macabro scherzo: se n'è andato per davvero, Carlos Kleiber. Lì per lì non ci avremmo messo la mano sul fuoco, abituati come eravamo alle sue vulcaniche stravaganze, capaci perfino di simulare una morte presunta pur di essere lasciato in pace. E invece ora il vulcano si è spento per sempre e riposa anche lui, chissà se in pace. Ultimamente, malato, lo dicevano infastidito più che mai dalle pressanti richieste di tornare a dirigere, e dalle domande sul perché non lo facesse: il 9 aprile scorso la "Presse" aveva addirittura celebrato il decimo anniversario della sua ultima apparizione all'Opera di Vienna con un articolo intitolato: "Scomparso: dov'è Carlos Kleiber?". Già, dov'era Carlos Kleiber? Quando faceva musica per gli altri, più o meno potevamo intuirlo: in un iperuranio a lui solo riservato, da cui ci mandava sulla terra segnali e visioni di sogno. Difficile credere che potesse sostenere quel ruolo a comando, come un comune direttore d'orchestra: lui che comune non lo era mai stato.
Eppure sono esistiti due Carlos Kleiber, prima e dopo la fama. Prima era un direttore quasi normale, che dirigeva opere e operette come un Kapellmeister qualsiasi, nei teatri di repertorio tedeschi (Düsseldorf, Stoccarda, Monaco...), verosimilmente senza bizze e stranezze, forse spensierato. Era già lui? Non lo sappiamo. Fatto sta che nel 1974 venne chiamato a Bayreuth, qualcuno insinuò grazie alla sua love story clandestina con Eva Wagner, la nipote del Maestro, per dirigervi Tristano; ma per la verità pochi si accorsero che era apparso un genio. Eppure mai, neanche con Karajan, si era udito un Tristano così irrequieto e lavico, da paesaggio lunare, come il suo: perduto in un tragico, irreversibile annientamento rivissuto ardentemente come un mistero dionisiaco. Ecco il punto. Kleiber, che sarebbe diventato poi un fenomeno di culto, non fu riconosciuto al suo apparire come tale, anzi in qualche misura fu visto come un figlio d'arte minore, prima che le proporzioni si rovesciassero rispetto al padre Erich (verso il quale non ebbe alcun complesso edipico, ma solo una reverente considerazione nutrita di emulazione: non si spiega altrimenti perché affrontasse da subito proprio Wozzeck, Der Freischütz e Rosenkavalier) e un talento tanto estroso quanto problematico. Difatti nessuna grande orchestra al mondo lo reclamò; non i Berliner di Karajan, né i Wiener, che lo conobbero in buca all'Opera e ve lo lasciarono per un bel pezzo prima di consacrarlo nei concerti. A Monaco fu il sovrintendente Günther Rennert, che lo amava come un figlio, a imporlo come alternativa naive all'austero Sawallisch, creando in quel clima le prime schiere di fans; da noi, invece, il merito fu tutto di Claudio Abbado, che gli era amico e lo apprezzava quando nessuno ancora se lo filava, e che lo invitò alla Scala cedendogli prima un'inaugurazione (e sarebbe stato il leggendario Otello del 7 dicembre 1976 con Domingo, Freni e Cappuccilli), poi un Tristano già programmato per se stesso (altra generosità, altri tempi!).     
Il resto è noto. Kleiber divenne un mito non solo per le sue qualità artistiche eccelse ma anche per i suoi atteggiamenti imprevedibili e inafferrabili. Fu preso al laccio da una società consumistica e massificata che vedeva in lui l'eccezione, l'artista tutto genio e sregolatezza: una sorta di puro folle parsifaliano esaltato come un redentore dalla comunità corrotta dei moderni cavalieri del Gral. E forse fu proprio questa, insieme con un'imperscrutabile ansia esistenziale che patologicamente lo divorava, la ragione della ritrosia di Kleiber: non voler diventare quello che gli altri volevano che fosse. Di fronte ai suoi no, che paradossalmente aumentavano a dismisura il suo valore di mercato, si parava una pletora di demoni ghignanti e osannanti, di veri e propri carnefici: i grassi agenti, gli impresari petulanti, i gazzettieri invadenti, i pubblici gonzi. Di questi Kleiber si sentiva una vittima, negandosi all'abbraccio delle folle. E siccome queste regole non volle accettare, divenne per reazione così insopportabilmente, assurdamente esoso: un emblema dello star system che odiava. Per esorcizzarlo, si rese sempre più impossibile e sempre più sfuggente: ma la sua fu l'incarnazione vivente di una tragedia del nostro tempo.
PS per i devoti del culto dei defunti. Sappi, o pellegrino, che Carlos Kleiber è ora sepolto nel cimitero della chiesa di Sv. Jernej (San Bartolomeo) a Konjšica (pronuncia Chonisciza), piccolo borgo (150 anime circa) nella regione collinare della Zasavje sulla riva destra del fiume Sava, a 55 chilometri a est di Ljubljana, in Slovenija.