«La musica ha lo scopo divertire e di suscitare in noi diversi sentimenti. Si possono comporre melodie tristi e ciononostante piacevoli, senza che così gran contrasto ci provochi meraviglia: per cui elegiaci e tragici scuotono tanto maggior eccesso quante più lacrime fanno piangere». Si apre in questa affermazione, degna dello psicologo più smaniato, un’operetta giovanile del più razionale dei filosofi: Compendium Musicae di Cartesio. Questo Breviario di musica, terminato il 1°gennaio 1618 ma stampato per la ima volta in Olanda nel 1650, l’anno della morte del suo autore, è, nonostante la brevità (poco più di cinquanta paginette), una folgorante anticipazione in senso quasi programmatico della ricerca del metodo; dove la musica, accolta nell’ottica del pensiero matematico, si rivela il rreno d’indagine più adatto per delineare, come scrive Luisa Zanoncelli nella sua splendida, fondamentale Introduzione, «la prospettiva di uno dei percorsi del pensiero umano».
La contraddizione, feconda e attualissima, è già insita nell’affermazione di partenza. Giacché scopo del trattato è indicare la via per arrivare alla comprensione dei fenomeni musicali in sé; riconducendone con un metodo rigoroso gli elementi a esiti certi, saldi e definitivi: in quanto individuati appunto sulla base di dati di fatto (essenzialmente matematici, aritmetici) di per sé evidenti. Ma se nel riconoscimento dell’equilibrio organico, e di una semplice proporzionalità, l’ordine e la legge di natura sembrano governare anche la sfera emotiva degli individui, non c’è e non può esserci una correlazione costante fra principi, fenomeni della musica, come consonanze, e dissonanze, e determinate emozioni. Ciò che interessa a Cartesio è dunque stabilire in questo ambito il nesso tra piacere e conoscenza. Garantirlo, se possibile, per via razionale. Perché il senso, abbandonato a se stesso, si lascia sempre ingannare.
«Tutti i sensi sono capaci di causare un qualche divertimento», egli scrive nella prima premessa al suo trattato; «per questo divertimento», aggiunge però subito dopo, «si richiede un certo grado di relazione fra l’oggetto e lo stesso senso». Gradevole allo spirito (e la musica è materia che si rivolge allo spirito) è per esempio la diversità delle parti, a patto che vi siano proporzione e simmetria (giacché la musica è costruzione sonora regolata); in tutte le cose è assai attraente ,la varietà, ma solo se la sua comprensione non è né troppo facile né troppo difficile. E comprensibilità significa, secondo canoni antichi, regolarità, proporzione, simmetria: chiarezza di relazioni fra le parti e il tutto.
Cartesio parla sempre di piacere, e mai di bellezza. Il bello in musica non esiste: esiste ciò che obbiettivamente risponde, più o meno, a leggi di natura. L’anima può trovare dovunque i suoi piaceri; ma ciò, di fronte all’oggettività del metodo, rimane comunque un fatto di scarsa importanza. Commenta la Zanoncelli: «Il soggettivismo radicale del gradimento fa di ogni musica il risultato di un evento psicologico personale non generahzzabìle: il senso di una composizione musicale non è generalizzabile: il senso di una composizione musicale non è còlto, ma introdotto dall’ascoltatore». Semmai è vero che, come Cartesio chiarirà nella più tarda delle sue opere filosofiche, Le passioni dell’anima, «gli uomini che le passioni possono commuovere di più sono capaci di gustare maggior dolcezza in questa vita».
È sull’oggetto-musica che occorre dunque soffermarsi. Nei fenomeni acustici sperimentalmente accertabili, Cartesio coglie i soli aspetti che si prestino, matematicamente inquadrati, a offrire una spiegazione chiara e distinta di certi modi d’essere del suono. I quali sono per lui soltanto due: durata nel tempo e altezza. Dal variare del suono in altezza si origina via via, per successive relazioni, l’intero sistema musicale: la teoria degli intervalli, le consonanze, i gradi o toni musicali, le dissonanze, i modi, e perfino il criterio della composizione, che può risultare più o meno gradito. A questo punto Cartesio considera esaurito il suo compito. La musica in sé è questa, e nient’altro. Se di musica bella in senso assoluto non si può parlare, l’importante è stabilire quale sia quella scientificàinente ammissibile, cioè più rispondente alle leggi della percezione. Distinguendo semmia le regole per una musica meglio costruita su basi scientifiche e razionali.
Per naturale inclinazione, l’anima si compiace di provare emozioni, di qualunque natura esse siano: purchè ne rimanga padrona. Anzi, è possibile godere degli impulsi generati dalle impressioni sensibili solo riuscendo a capirne l’origine e la ragione. Questo è ciò che ottiene la conoscenza. E questo soltanto poteva essere lo scopo del trattato: calcolare determinati aspetti e determinate combinazioni di elementi musicali senza addentrarsi nell’imponderabile e nell’imprevedibile.
Nell’intreccio di grande simmetria che costituisce il modello di una musica razionalmente concepita, una parte cospicua di mistero, al di fuori dell’oggetto, una zona riservata alla gioia intellettuale e spirituale. Verso di essa spinge il divertimento; e si spiega così, in tutta la sua feconda attualità, l’affermazione iniziale. Il piacere dell’anima è scindibile dalle necessità del corpo. Noi possiamo godere anche di ciò che ci fa versare lacrime.
Cartesio, «Breviario di musica», a cura di Luisa Zanoncelli, Passigli, pp. 139, lire 18.000
da “”Il Giornale””
