Franz Liszt – Concerto n. 1 in mi bemolle maggiore per pianoforte e orchestra

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Il Primo Concerto per pianoforte di Liszt

 

Liszt cominciò a scrivere il suo primo Concerto per pianoforte e orchestra nel 1830, quando non aveva ancora vent’anni ed era soprattutto un virtuoso di pianoforte. Come compositore si sentiva egli stesso ancora un po’ acerbo, tanto che per la strumentazione chiese la collaborazione di Joachim Raff. La partitura venne completata dopo molti anni, nel 1849, e sottoposta a due nuove revisioni d’autore successivamente nel 1853 e nel 1856. Ma la prima esecuzione era intanto già avvenuta a Weimar il 17 febbraio 1855, sotto la direzione di Hector Berlioz e con Liszt al pianoforte. Gli elementi che concorrono a determinare la fisionomia di questo Concerto sono essenzialmente due: la forma ciclica e il trattamento dello strumento solista. Liszt concepì un processo compositivo ininterrotto dominato dal principio della trasformazione tematica e caratterizzato dalla onnipresenza di una incisiva “”cellula motto””, esposta icasticamente all’inizio. La rete delle relazioni, delle elaborazioni e delle riprese concorre a definire una disposizione governata da una libertà di associazioni che nasce da un atteggiamento eminentemente rapsodico, nello spirito del phantasieren romantico, ma è fondamentalmente tenuta insieme da una disposizione narrativa di tipo ciclico, nella quale ciascuno dei quattro movimenti si ricollega a un’unica idea tematica. È la forma verso la quale Liszt avrebbe teso nei suoi poemi sinfonici (e un poema sinfonico per pianoforte e orchestra può essere definito questo Concerto) e che aveva trovato la sua massima realizzazione artistica nella Sonata in si minore del 1853. Può darsi che il modello di riferimento vada riconosciuto nella Fantasia per pianoforte in do maggiore op. 15 (novembre 1822) di Franz Schubert, meglio nota come Wanderer-Fantasie (Fantasia del Viandante), a cui si ricollega l’idea dei quattro tempi da eseguirsi ininterrottamente e unificati da salde parentele tematiche: proprio di questa Fantasia Liszt aveva dato nel 1851 una sua trascrizione per pianoforte e orchestra di speciale spessore concertistico, quasi un vero e proprio Concerto sinfonico.

Quanto al trattamento dello strumento solista, Liszt si attenne a un duplice obiettivo: da un lato, far risaltare nettamente le qualità individuali del pianoforte, mettendone in luce alla sua maniera le peculiarità; dall’altro, integrarlo nella compagine sinfonica, trattandolo, nei momenti non solistici, come una vera e propria sezione dello strumentale. Questo continuo passaggio tra primo piano e sfondo è la caratteristica del Concerto. Esso avviene con un oculato bilanciamento dei pesi fonici e con una incessante invenzione timbrica che, se talvolta conduce alle soglie dell’ebbrezza e della vertigine, conosce anche il sano principio dello smorzamento e una saggia distribuzione tra momenti di tensione e di distensione. A tutto ciò va aggiunto che il Concerto in mi bemolle brucia le molte cose che ha da dire in tempi e spazi assai ridotti (la sua durata non raggiunge i venti minuti), lasciando tuttavia un’impressione di pienezza e quasi di sazietà.

Si è detto che i quattro movimenti si susseguono senza interruzione, ma lasciano trasparire una chiara suddivisione tra due tempi esterni in forma di Allegro di sonata e due tempi interni rispettivamente in forma di Adagio e di Scherzo: un impianto dunque quasi classico. Il primo movimento, che si apre con il motto incisivamente esposto dagli archi e completato dagli accordi dei fiati, si dispone sul versante di una vibrante magniloquenza, con fulminee accelerazioni, pause di decantazione lirica del pianoforte in dialogo con l’orchestra (clarinetto, violoncelli) e uscite trionfali: forza vitale, ardore eroico e tenera contemplazione ne sono i tratti principali. La tecnica assomma i requisiti più tipici del virtuosismo: rapide scale, arpeggi volteggianti, ottave martellanti e imperiose. Segue il ripiegamento lirico del secondo movimento, tutto giocato, dopo l’introduzione degli archi, sulle fioriture e le ornamentazioni di un’ampia melodia cantabile del pianoforte solo: a una parte centrale di tono accesamente drammatico fa seguito il ritorno dell’atmosfera serena dell’inizio, su trilli insistiti del pianoforte. Carattere onirico, danzante ha invece lo Scherzo, con i suoi ghigni beffardi e i suoi bagliori spettrali punteggiati ironicamente dal triangolo. La ripresa del motto iniziale conduce direttamente al finale, che ha il compito di svolgere una gigantesca combinazione riassuntiva dei temi dei movimenti precedenti, accortamente variati. Verso la fine risuona fuggevolmente il carattere macabro dello Scherzo, ancora accompagnato dal triangolo, poi tutto converge verso l’amplificazione di una brillante conclusione in stretta sulla figura del motto.

Il Concerto in mi bemolle maggiore non conobbe all’inizio quel successo travolgente che in seguito ne avrebbe fatto una delle colonne del repertorio pianistico. II critico viennese Eduard Hanslick, per esempio, lo stroncò senza remissione, definendolo, più che un Concerto per pianoforte, un “”Concerto per triangolo””: e ciò costò ad esso l’esclusione dalle sale di Vienna per una dozzina d’anni. Si può invece notare che proprio l’inserzione del triangolo, che nello Scherzo intreccia un dialogo scintillante con il pianoforte sullo sfondo di un’orchestra timbricamente fantomatica, costituisce una delle trovate più originali di Liszt: e ciò conferma che il tratto distintivo di questo Concerto non è solo il virtuosismo pianistico, ma la ricchezza delle soluzioni timbriche (e si potrebbe aggiungere delle felici idee ritmiche e delle raffinate concatenazioni armoniche sulla base di una sapiente arte della variazione). Pregio non ultimo è la concentrazione di tutte queste idee in un’opera di sintesi concisa, quasi una specie di concrezione astrattamente concepita di un magma ribollente. E in ciò si può vedere l’intenzione di superare l’idea stessa del Concerto per definire un nuovo organismo sinfonico, di cui il pianoforte fosse parte integrante.

Ion Marin /Jean-Ives Thibaudet, Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Stagione di musica sinfonica 2001-2002

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