Recensioni

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Nella crisi generale del mercato discografico e delle grandi case editrici si vanno sempre più facendo strada piccole etichette che a costi verosimilmente contenuti si distinguono per una produzione di nicchia rivolta a un pubblico più vasto. E’ per esempio il caso della Carus, che a un catalogo di rarità abbina opere più conosciute e frequentemente presenti sul mercato, come il Requiem tedesco di Brahms, offerto in una registrazione dal vivo del Coro e della Filarmonica di Stoccarda (ottimi solisti Julia Borchert e Michael Volle) diretti da Frieder Bernius. A Brahms, che coltivava la tradizione tipicamente tedesca della musica nazionale radicata nella cultura popolare, e quindi fatta da e per il popolo della sua nazione, questa esecuzione sarebbe piaciuta proprio per la sua normalità e cordialità. E anche a noi, che pur conosciamo le grandi interpretazioni storiche di questo capolavoro, essa piace, essendo al tempo stesso affidabile e istruttiva. Istruttiva nel senso che parte da un’intima compenetrazione con i valori non soltanto musicali della partitura e li illustra in modo piano e comprensibile, facendoli sentire saldamente e poeticamente posseduti. Un Requiem tedesco per così dire in formato minore, di quelli che ogni giorno probabilmente si suonano e si cantano al di fuori dei grandi centri cultural-mondani e dei cosiddetti eventi: utile dunque per capire che la musica, e questa in particolare, è ancora da qualche parte componente vissuta di una civiltà e non soltanto esibizione di un feticcio.  
Sempre di Brahms la Chandos presenta una compilazione di lavori sinfonico-corali di non ampia circolazione, almeno da noi, ma non per questo di minore valore. Si tratta anzi di opere non soltanto estremamente rappresentative della poetica di Brahms, ma anche attestate su un livello assai alto di bellezza e verità, tutte ispirate – e dai tempi di Schubert non si era più avuta una tale affinità creativa ai vertici tra poeta e musicista – da testi superbi di Goethe. Sono il Gesang der Parzen op. 89, la Rapsodia per contralto, coro maschile e orchestra op. 53 e il ribollente Rinaldo, sorta di visionaria cantata drammatica che lascia intravedere uno spiccato talento per il teatro che non giunse poi per vari motivi a realizzarsi. In questi frutti di un magistero compositivo assai vario e frastagliato si squadernano molti dei tratti caratteristici della poetica brahmsiana, dal momento lirico a quello introspettivo, dal malinconico al crepuscolare, dal classico più ordinato al romantico più acceso. E siamo di fronte a esiti altissimi della sua arte. Di cui questo disco ci rende edotti anche per la qualità dell’esecuzione, guidata da un artista dai molti meriti culturali come Gerd Albrecht, fra l’altro direttore tecnicamente ferratissimo, realizzata da complessi non sorprendentemente omogenei e disciplinati ma sicuramente al di sopra della media per profondità e finezza (il coro e l’orchestra nazionali danesi) e cesellata dalla partecipazione di un contralto musicalissimo come Anna Larsson e, nel Rinaldo, dalla voce potente e armonica del tenore Stig Andersen.
Karol Szymanowski (1882-1937) va annoverato fra i maggiori musicisti polacchi di ogni tempo, ma resta un compositore isolato, legato solo in parte alla scuola nazionale. Formatosi a contatto con le esperienze centro-europee (l’impressionismo francese, l’epigonismo wagneriano, il virtuosismo strumentale di fine Ottocento, curiosamente accostati a Chopin, Skrjabin, Schönberg e Stravinskij), egli riuscì a elaborare un linguaggio autonomo, coloristico e fantastico, venato di accostamenti armonici audacissimi e di effetti timbrici di intensa suggestione. Un ottimo viatico alla conoscenza di Szymanowski è costituito da un disco EMI che riunisce opere tra le più interessanti proprio per la varietà di innesti e di richiami che le contraddistinguono. Se la tarda Sinfonia n. 4 (concertante, per pianoforte e orchestra) è un temerario tentativo di coniugare struttura sinfonica e concertismo pianistico mirando a una forma dichiaratamente classica ma non retrospettiva, i due Concerti per violino (op. 35 e op. 61) si muovono più nel solco della tradizione ma non disdegnano affatto aperture verso la modernità. Per apprezzare lavori come questi occorrono più che mai interpreti convincenti e appassionati; e bastano i nomi qui riuniti per dire dell’eccellenza della proposta: il pianista Leif Ove Andsnes, rigoroso e al tempo stesso brillante, il violinista Thomas Zehetmair, funambolico ed estremamente flessibile, e su tutti il direttore Simon Rattle a capo di quel gioiello da lui creato che risponde al nome della City of Birmingham Symphony Orchestra. Costoro evidentissimamente ci credono e mettono generosamente le loro doti indubitabili al servizio del compositore.
Se Szymanowski è un autore tutto sommato ancora da riscoprire, Ferruccio Busoni ha goduto soprattutto in questi ultimi anni di un’attenzione che si è riflessa anche nelle produzioni discografiche. Made in Finlandia, dove Busoni iniziò la sua attività artistica al di fuori del pianoforte, la violinista Lara Lev e il pianista Matti Raekallio presentano i tre lavori per violino e pianoforte lasciati dal compositore: la giovanile Sonata in do maggiore “”opera zero””, mai prima registrata, e le due Sonate n. 1 e 2 che segnano progressivamente la conquista di una maturità ancora segnata dall’influsso dei modelli ottocenteschi, che poi Busoni, artista eminentemente novecentesco, avrebbe ampiamente superato. Con i suoi curiosi intrecci di Bach, Liszt e Brahms, soprattutto la Seconda Sonata rivela il talento busoniano, e più ancora introduce a quella poetica della “”nuova classicità”” che avrebbe costituito uno dei più articolati tentativi di mettere superiormente d’accordo tradizione e modernità in un’epoca di tragica disgregazione dei valori.
Maurice Ravel è un autore al quale Pierre Boulez ha dedicato particolare attenzione, anche se non figura tra quelli che più sembrano avere influenzato il suo stile compositivo. La recentissima riedizione nello splendore del super audio Cd surround di un impaginato raveliano risalente a dieci anni fa con i Berliner Philharmoniker conferma l’impressione di un certo distacco non supportato da adeguata compartecipazione poetica: è un Boulez che anche in pezzi delicati come Ma Mère l’Oye,   Une Barque sur l’océan o Alborada del Gracioso si mostra aguzzo e impettito, quasi spigoloso. E le cose non vanno differentemente nel celeberrimo Boléro, affrontato con un piglio divisionistico decisamente raggelante; semmai da apprezzare  è invece il colorismo livido, a tratti accecante, della Rapsodie espagnole. Insomma, da questo disco si imparano più cose su Boulez direttore (ma direttore in un certo senso datato: oggi si è molto ammorbidito) che su Ravel compositore, anche se il livello è chiaramente quello di un musicista di classe. Forse si tratta soltanto di una questione di gusto e di interpretazione, fatto sta che questo documento – così pieno di chiarezza, lucidità e intelligenza – non sembra cogliere del tutto lo spirito della musica che affronta.
E a proposito di riedizioni. Ha più di vent’anni, e appartiene dunque al passato, la Quinta di Beethoven (e l’Ouverture dell’Egmont che fa da accompagnamento) registrata da Seiji Ozawa con la Boston Symphony Orchestra, ma è come se il tempo non fosse passato e la lucentezza di uno dei più talentosi direttori della nostra epoca risplendesse intatta a distanza di anni. Paradossalmente, anzi, la lettura di Ozawa, così al di fuori dei canoni storici a cui siamo abituati e lontanissima da ogni implicazione filologica (altro che strumenti d’epoca: qui siamo in presenza di una corazzata armata di tutto punto), sembra offrire un valore aggiunto di freschezza e vitalità quasi inedito. E’ una Quinta vulcanica, diretta con un virtuosismo che s’immagina elettrizzante, senza schemi e modelli, travolgente e dionisiaca. Un documento, insomma, di un’età felice e immediata, con un sapore antico di vivacità e verità senza intermediari. Non nascondiamo di rimpiangere quel furetto un po’ invasato e incosciente che era Ozawa prima di diventare una star.
Con Ozawa guardiamo ad Oriente, con la Boston Symphony (orchestra allora magnifica) siamo invece ad Occidente. Soffermiamoci allora su una curiosità un po’ stravagante: un disco della Warner Classics che sotto il titolo “”East meets West”” riunisce pezzi vari (per lo più trascrizioni) che vogliono testimoniare di questo incontro. Ne è protagonista il violinista Daniel Hope, accompagnato da strumentisti di diversa estrazione e organici per noi strani (dal pianoforte al sitar, dalla tabla alla tanpura). Accanto a due fascinosi lavori di Ravi Shankar in memoria di Yehudi Menuhin, troviamo Ravel (Tzigane), Falla (una Suite popolare spagnola), le Danze popolari romene di Bartók e la prima registrazione mondiale della Sonata 1955 per violino e pianoforte di Alfred Schnittke. Dichiariamo la nostra incompetenza a valutare nel merito il carattere nonché il valore di queste trascrizioni a metà strada fra l’esotico e l’avanguardistico, ma ci diciamo favorevolmente impressionati dalla mistura sonora che ne risulta, di cui non sapremmo indicare la collocazione storica e stilistica ma che hanno una presa piacevole e diretta. Daniel Hope suona con estro e fantasia, con una disinvoltura che racchiude anche notevoli esiti strumentali, come in Tzigane, e brilla nella meccanicità un po’ antiquata di Schnittke; e affascinante, lo ripetiamo, è il contesto sonoro dei timbri insoliti che fanno assai più che da cornice.
                                                                                                 
Brahms: Ein deutsches Requiem, Julia Borchert soprano, Michael Volle baritono, Kammerchor Stuttgart, Klassische Philharmonie Stuttgart, Frieder Bernius direttore; Carus 83.200, ***

Brahms: Gesang der Parzen, Rapsodia per contralto, Rinaldo, Anna Larsson contralto, Stig Andersen tenore, Danish National Choir and Symphony Orchestra, Gerd Albrecht direttore; Chandos Chan 10215, *****

Szymanowski: Sinfonia n. 4, Concerti per violino n. 1 e 2, Leif Ove Andsnes pianoforte, Thomas Zehetmair violino, City of Birmingham Symphony Orchestra, Sir Simon Rattle direttore; EMI Classics 5 57777 2, ****

Busoni: Complete Violin Sonatas, Lara Lev violino, Matti Raekallio pianoforte; Finlandia 2564-61078-2, ***

Ravel: Boléro, Ma Mère l’Oye, Rapsodie espagnole, Une Barque sur l’océan, Alborada del Gracioso, Berliner Philharmoniker, Pierre Boulez direttore; Deutsche Grammophon 00289 477 0742, ***

Beethoven: Sinfonia n. 5, Egmont Ouverture, Boston Symphony Orchestra, Seiji Ozawa; Telarc 80060, ****

“”East meets West””, musiche di autori vari, Daniel Hope violino; Warner Classics 2564 61329-2, ***

BOX

Cogliamo volentieri l’occasione di segnalare in vista ormai quasi della dirittura d’arrivo l’integrale delle musiche di Gustav Mahler (Sinfonie e Lieder) realizzata per la Decca da Riccardo Chailly con il Concertgebouw di Amsterdam, l’orchestra favolosa di cui è stato per molti anni apprezzatissimo direttore musicale. E lo facciamo per almeno due motivi. Anzitutto perché Chailly, direttore serio e preparato, merita questa attenzione, va ringraziato per il modo in cui rappresenta l’arte italiana nel mondo e lodato per il lavoro che ha compiuto su un’orchestra di pur grandissime tradizioni musicali come l’olandese. In secondo luogo perché i risultati conseguiti con questa perlustrazione mahleriana sono notevolissimi. L’occasione è data dalla pubblicazione della monumentale Terza Sinfonia, sigillata da un non imperdibile arrangiamento sempre di Mahler di una composita (nel senso che utilizza materiali di due fonti) Suite di Bach. Ma ciò che conta è naturalmente la Terza. Chailly è direttore che sa tendere le fila del discorso in modo da non far perdere mai la bussola, e questo in una partitura eterogeneamente distesa e a più strati come la Terza è fondamentale; inoltre è un direttore dell’ultima generazione, sa cioè essere analitico come un radiologo, asciutto come un razionalista, attento a non perdere un dettaglio o una sfumatura di una partitura che non manca certo di suggerimenti. Infine è appassionato ma non sentimentale, sensibile ma non morboso, eloquente ma non retorico. Il che in Mahler, così carico di pericolose incursioni nel vissuto e nell’autobiografico, non è affatto un pregio da poco. Al di sopra di ogni elogio la prestazione dell’orchestra, che sembra avere Mahler nel sangue e nella testa; completano degnamente l’opera il coro Filarmonico di Praga e il coro dei bambini olandesi: adeguato anche se non troppo profondo l’inserto nietzscheano cantato dal mezzosoprano  Petra Lang.                                                                                      
                                                                                                                                                                                                             
Mahler: Sinfonia n. 3, Bach Suite (arr. Mahler), Petra Lang mezzosoprano, Prague Philharmonic Choir, Netherlands Children’s Choir, Royal Concertgebouw Orchestra, Riccardo Chailly direttore; Decca 475 514-2, *****

      

 
  

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